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L'esperienza di Martino Genchi a Cinisello Balsamo, dal suo arrivo fino all'ideazione di un progetto

Diario di progetto: Capitolo 2

#02 All’inizio del sentiero 10-07-2013

Devo iniziare a lavorare con i ragazzi. Naturalmente non siamo qui per cazzeggiare. C'è sempre uno scopo. Quando ti invitano da qualche parte, è per un motivo, qualcosa succederà, o ci si aspetta che succeda. Ed ogni volta è una messa in discussione, ogni volta ricomincio da capo. Come salire su una montagna. Ma non per un viaggio a tappe. Non si procede giorno per giorno verso la cima. Ogni mattina invece ci si ritrova alla base, all'inizio del sentiero. Come se fosse cresciuta con l'umidità della notte, la montagna ogni volta è più alta e sempre però, ora di sera, si deve arrivare alla vetta. Ogni volta al sentiero si aggiungono particolari, nuove rocce che non si erano mai notate, nuovi animali tra gli alberi, nuove piante che sono germogliate, si imparano le scorciatoie, si tentano nuovi percorsi. È vero, forse vorrei essere davvero sulle alpi, mi piace guardare la valle dall'alto. Stare al livello del terreno a volte mi angoscia e qui siamo in pianura.

Ma a parte questo, i sentieri ci sono, i passaggi nascosti, i dislivelli. Ascensori che ti portano in alto, su tetti piatti e aridi come le cime delle dolomiti. Terrazze come cornici rocciose, porticati in cui la luce filtra come in un bosco geometrico. Corridoi e parcheggi sotterranei dalle imponenti rampe ad elica avvitate nel suolo. L'esplorazione è sempre divertente. Manuel è la mia guida locale, un ragazzo che conosce bene questa città e mi racconta un sacco di aneddoti. Giriamo con la sua macchina di notte, la notte gialla di Milano e della sua Cintura. La Cintura, l'anello interno di questo immenso Hinterland che si estende per decine di chilometri in ogni direzione.


Quei territori che vivono con la città, la toccano ma non ne fanno parte ufficialmente. Dove la densità abitativa è un po più bassa, dove ci si può permettere qualche parco degno di questo nome, dove a volte si possono trovare i campi attorno ai condomini. Mentre svoltiamo per viali, mentre aspettiamo ai semafori, Manuel stacca spesso le mani dal volante per indicare qualcosa. Quel palazzo alto e grigio, che svetta nel buio sovrastando le luci della strada, è dove lavora Syu, la sua amica cinese. Lì dentro si traducono videogiochi per il mercato italiano. Quell'altro è abbandonato, cade a pezzi e le piante gli crescono dentro. Lui vorrebbe trasformarlo in un giardino-edificio, riempiendolo di terra e lasciando la vegetazione libera di conquistarlo. Io gli parlo della Earth Room di De Maria, un appartamento di New York che l'artista ha semplicemente riempito di terra. Gli dico di quanto trovo forte il fatto che nel cuore della città qualcuno abbia dedicato un appartamento ad un'operazione folle come quella. Mi fa sempre pensare alla poesia di non sapere chi abita nel palazzo a fianco al tuo, magari gente normale, magari un pazzo cannibale, magari un'opera d'arte di un grande artista. Quanto spazio della città ci è sconosciuto? Migliaia di appartamenti in cui non entreremo mai, chilometri di muri che non vedremo, miliardi di oggetti di cui non sapremo mai l'esistenza.

Manuel mi vuole mostrare questa assurda costruzione, un cubo di cemento alto forse venti metri, completamente sigillato. Fa parte della struttura dell'ospedale, si affaccia su un incrocio verso ovest ed è connesso all'edificio principale da una imponente passerella di ferro bianco screziato di ruggine. Sembra un pezzo di rampa di lancio, o un reattore nucleare abbandonato. Comunque qualcosa di vagamente inquietante, pervaso da una energia spettrale e sovrumana. Scendiamo dall'auto e lo circumnavighiamo a piedi, calpestando un morbido prato smeraldino che contrasta con il brutalismo della struttura. Lungo gli imponenti setti verticali, grandi fasce di cemento sporgenti che corrono verticali e parallele fino alla cima, si è arrampicata dell'edera. ha aggredito solo alcuni settori, rispettando la verticalità delle linee architettoniche. Per questo conferisce una certa armonia alla forma generale, un tocco raffinato da giardiniere, ma frutto del caso, opera della natura. Giriamo attorno più volte, notando come non tutta la struttura sia genuina. 

Molte parti sono tamponamenti fatti con blocchi di cemento prefabbricati, quasi invisibili ad un primo sguardo. Si deduce che tutto il piano terra doveva essere parzialmente aperto, forse con un porticato di pilastri. Le tracce di un grosso solaio obliquo suggeriscono che potesse essere una specie di cinema, un auditorium. Non troviamo un accesso. Ci sono solo due piccole porte di ferro chiuse a chiave che lasciano appena immaginare l'interno di questo incredibile teatro oscuro, chiuso all'aria e alla luce da chissà quando. Vorrei essere il primo ad entrarci, con una torcia proiettare il primo raggio di luce nella polvere, dall'alto degli spalti, verso un palco che a malapena si vede, lontano e nero.

Ripartiamo nella notte cittadina. Le strade corrono intricate, si intrecciano e si scavalcano nel traffico, che scorre al ritmo dei semafori. È un fluire a singhiozzo, puntellato dall'attesa del verde. Il piede sulla frizione pompa come il mantice di un organo da chiesa, segnando il tempo della sinfonia scomposta del traffico. Vai. Stop. Vai. Svolta. Rallenta. Fermo. Avanza. Vai.
Da queste parti è facile sconfinare. La distinzione tra le amministrazioni è solo formale, appartiene agli uffici ad alle competenze specifiche, mentre per noi sembra non esistere. Manuel stesso, che è di qui, sembra non sapere esattamente dove finisce la sua città e dove incomincia quella successiva. Attraversiamo Sesto, verso Milano. Nessun segnale ci avverte del confine. La massa urbana si estende dappertutto, si espande all'infinito come un fluido oleoso versato su una superficie perfettamente levigata. L'ostacolo più prossimo che può rallentarla si trova 40 chilometri più a nord, dove la pianura inizia ad incresparsi nelle prime colline delle prealpi, lontano sintomo della pressione geologica che da milioni di anni spinge l'Italia verso l'Europa centrale, come a cercare di infilarla sotto ad un immenso tappeto.

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