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L'esperienza di Martino Genchi a Cinisello Balsamo, dal suo arrivo fino all'ideazione di un progetto

Diario di progetto: Capitolo 1

#01 L'arrivo a Cinisello Balsamo 28-06-2013

Non conosco ancora questa città, non ne so niente. Google mi mostra le foto dall'alto, scattate da un satellite artificiale sparato in aria chissà quando e da chi. Ci sono le strade e i palazzi, ci sono i parchi. Ci sono industrie e centri commerciali. Qualcosa si può certo intuire, la distinzione tra il verde degli alberi e il grigio del cemento, la forma netta di molti edifici, palazzoni curvi, palazzoni a croce, a quadrato, in sequenza o sparpagliati. Ci sono zone che mostrano un qualche ordine, evidentemente tracciate sulla carta da architetti che guardano la città dallo stesso punto di vista da cui la guardo io adesso. Dall'alto, come alieni con uno sguardo astratto e lontano. Da qui, quello che si vede è la geometria della pianta, il disegno tracciato a terra dalla civiltà. Indelebile come il cemento. Le cosiddette arterie del traffico, che scorrono portando chissà quale linfa vitale di persone da un posto all'altro, disegnano un reticolo organico come i canali di un formicaio. Immagino quelli che si muovono nelle loro auto, i camion che portano merce, come carichi di preziosi nutrienti per gli edifici stessi che da qui mi sembrano essere il vero e proprio organo sensibile degli spazi urbani.

Cerco comunque di non farmi suggestionare troppo da questa indagine preliminare. Dovrò passare circa tre settimane a Cinisello Balsamo e di certo il mio sguardo sarà guidato da un punto di vista totalmente diverso. Immersivo e concreto, solido come i muri che si affacciano sulle strade, scomposto come i mille dettagli della città, legato ai tempi dei miei spostamenti all'interno della trama che adesso sorvolo virtualmente.

Si sente il rumore di elicotteri, in alto, sopra alle case. Mi sono appena svegliato in questa camera dove ci ospitano al piano terra, affacciata su un piccolo giardino di prato. C'è un'ortensia e delle rose con i fiori ormai seccati. Anche l'erba è gialla e asciutta, come la terra che si vede tra i ciuffi radi. Il caldo del sole arriva da due direzioni, visto che irradia anche dalla parete del condominio alle mie spalle. È quasi senza finestre e orientata perfettamente verso sud. Assorbe i raggi del sole come una gigantesca bistecchiera e ti sommerge con quel calore sordo tipico del cemento nei pomeriggi d'estate. Sta iniziando il caldo, quello vero della città, quello che fa sudare l'asfalto.
Mi prende una leggera malinconia. Si può percepire l'assenza di qualcuno che è passato giorni fa, prima di noi, e se ne è andato. Non è un senso di abbandono totale, ma un'aria di precarietà più leggera, di quell'indolenza che ti logora piano piano. Le basse piante di fronte alla mia finestra non sono morte del tutto, stasera le bagnerò e torneranno verdi per poi rinsecchirsi di nuovo quando ce ne saremo andati.

Strade, strade, case, strade, alberi. Ogni albero ha un chiodo piantato nel tronco, con un cartellino rotondo di metallo. Porta inciso il numero di registro. Immagino un volume immenso, tenuto da qualche apposito ufficio, con i dati salienti di quella pianta. Quale specie, chi l'ha messa lì, quando innaffiarla, dove è collocata. Sto guardando l'albero numero 13961. Chissà dove si trova il numero uno, e chissà qual è l'ultimo della lista. Giriamo per la città completamente a caso, senza una meta precisa. Bisogna farsi guidare dall'istinto della scoperta, aprire i sensi e i pori della pelle per assorbire qualsiasi energia si trovi nell'aria. Ad un grosso incrocio ho svoltato verso ovest, o forse sud-ovest. Costeggio edifici di uffici disabitati, che gridano "AFFITTASI" da logori manifesti. Devono essere stati verdi e fosforescenti, ma ora mostrano solo un giallino pallido e spettrale. Ad un certo punto l'udito intercetta un rumore costante e lontano, come un rombo sommesso. Sembra l'ululato del mare dietro i capannoni, ma ovviamente è impossibile. Cinisello non ha spiagge. Mi faccio guidare dall'ascolto, cerco di capire la direzione da cui proviene ed in effetti lo sento crescere, aumentare, montare come una piena. Sbucando da sotto un cavalcavia, capisco. L'autostrada scorre qui vicino, dietro i pannelli verdi delle barriere antirumore. Le macchine ululano in entrambe le direzioni, aumentano e riducono il flusso sonoro in base al traffico. La costeggio a lungo, in un ambiente surreale di piccoli orti e vigne, dove famiglie normali si godono l'estate in mezzo al correre dei loro cani, ed alle spalle hanno questo fulminante fiume di traffico. Gente inconsapevole che corre verso chissà quale meta lontana, verso il lavoro, verso la casa, verso l'amante. Un piccolo grappolo d'uva sta crescendo nel sole, come un lievito che gonfia lentamente e dietro di quello sfrecciano blocchi di metallo di centinaia di chili, spinti dal ritmo da mitragliatrice della benzina che esplode nel motore. Mi sembra questa la gioia della città. L'assurda convivenza di tutto con tutto.

Continua l'esplorazione del lavoro di Martino Genchi sui suoi appunti.

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